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La storia di Ahmed

La storia di Ahmed

Mi chiamo Ahmed, ho 17 anni e sono egiziano. Ho lasciato la scuola in Egitto a 11 anni per andare a lavorare: al mattino dipingevo mobili e alla sera andavo a lavorare in un panificio.

Mio babbo non era contento di questo lavoro perché mi pagavano troppo poco e quindi mi ha convinto ad andare a lavorare da mio cugino come carrozziere.

Per un anno e mezzo ho lavorato con lui poi sono andato in un'altra città lontano da casa. Dormivo nell'officina dove lavoravo e il sabato sera tornavo a casa e rimanevo lì fino al lunedì mattina. Ho fatto questo lavoro per due anni fino a quando mio babbo mi ha chiesto di andare in Italia per accompagnare mio fratello di 13 anni. Io non avevo nessuna intenzione di cambiare paese perché lì avevo tutti i miei amici e un lavoro ben pagato. Quindi io non l'ho ascoltato e sono andato al lavoro.

Dopo un giorno mio babbo mi ha chiamato dicendomi che la mamma stava molto male e io sono immediatamente ritornato a casa. In realtà era solo un modo per farmi ritornare a casa e convincermi a partire per l'Italia.

Ero molto spaventato all'idea di fare questo viaggio perché non sapevo la lingua e nel mio paese non avevo frequentato la scuola.

Tornato a casa ho trovato i fogli firmati per il viaggio e una persona che ci avrebbe portati in Italia con la barca; il viaggio costava circa 4000 euro a persona.

La mamma piangeva dispiaciuta per la nostra partenza. Quella sera sono uscito con i miei amici e loro mi hanno consigliato di partire pensando che in Italia avrei avuto una vita migliore.

Un altro mio fratello ci ha accompagnati nel deserto e se il babbo fosse riuscito a dare tutti i soldi lui sarebbe tornato a casa altrimenti no.

Per fortuna lui è riuscito a scappare e a fare ritorno a casa e ancora mio babbo sta finendo di pagare il debito.

Nel deserto eravamo insieme a circa 60/70 persone e abbiamo aspettato la barca per 25 giorni. Se qualcuno si lamentava veniva picchiato o gli davano la scossa. C'erano altri 10/15 minori, ma nessuna donna. Un pulmino ci ha portato in una città vicino alla Libia e siamo stati lì per due giorni chiusi in un piccolo magazzino. Ci hanno fatto mangiare del pesce appena pescato senza lavarlo e mio fratello è stato molto male, L'hanno portato all'ospedale e poi a casa di una persona che non conoscevo. Ho avuto molta paura dato che non l'ho più visto per un giorno intero.

Siamo arrivati alla barca con delle piccole zattere attraverso un fiume. Saliti sulla barca ci hanno fatto chiamare i nostri genitori per rassicurarli. Mio fratello sulla barca ha continuato a stare male vomitando per quattro giorni. Stavamo tutti al chiuso e sulla porta stava un uomo con un fucile che non ci faceva uscire. Il viaggio è durato 10 giorni.

Siamo arrivati a Lampedusa. Noi siamo stati portati dalla polizia in un centro di accoglienza e ci hanno dato da mangiare. Siamo rimasti lì per 45 giorni.

Abbiamo provato a scappare una volta ma la polizia ci ha presi. In questo centro abbiamo conosciuto degli educatori che ci hanno trattato molto bene:ci portavano dolci e ci facevano giocare. In questi giorni un ragazzo che aveva fatto il viaggio con noi è stato rapito dai mafiosi che hanno chiesto un riscatto allo zio per liberarlo.

Poi hanno fatto due gruppi di egiziani: uno diretto a Perugia e l'altro a Rimini. Noi siamo arrivati a Rimini a casa Amarkord e dopo tre mesi ci hanno spostato a casa Clementini.

Il mio paese, i miei genitori e i miei amici mi mancano, ma ora sento di aver costruito molte cose in Italia: ho nuovi amici, la scorsa settimana ho passato l’esame di terza media, ho un lavoro e prenderò il diploma di scuola superiore.

Sento che devo rimanere qui piuttosto che tornare nel mi paese dove dovrei ricominciare da capo.

Ringrazio un mediatore per le parole che mi ha detto quando ci siamo conosciuti: “Devi avere pazienza e cercare di costruire il tuo futuro”.

Sono grato a tutti gli educatori che mi hanno aiutato nei momenti belli e brutti che ho incontrato.

Ahmed Mohamed

Foto: Alice Gaudenzi

Silvia_Sanchini
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